Mario Lunetta

Fin dalle sue prime mosse, la pittura di Pasquale Verrusio ha intrattenuto con Roma un rapporto doppio: di immersione innamorata nel suo grande corpo diacronico, e di insopprimibile disagio entro il magma del presente.

Si ricordino le sue fasi di ricerca più neoespressioniste (dalle "Periferie" alle "Tavole calde"), in cui il tessuto "sporco" e aggrondato delle pennellate e i cromatismi lividi si facevano precisa caratura di stile, e poi via via le vedute con le distese dei tetti e delle case del centro storico,in una rilettura della Scuola Romana piena di sospeso malessere; e ancora certi interni disfatti tra luce ed ombre diffuse, abitati da presenze femminili ectoplasmatiche e sfuggenti, da oggetti trattati con cauteloso sospetto, da nature morte sottilmente inquietanti.

Ormai, già nei tardi Settanta, consumata la vivace esperienza del cronachismo aggressivo e dei trattamenti elegantemente sommari e duramente sgorbiati dall'icona "realista", Verrusio si dispone seriamente al confronto con la grande tradizione italiana tra metafisica pierfrancescana e visionarietà caravaggesca: e ne risulta una cifra sicura e inconfondibile, di gelido rilismo nel quotidiano meno rassicurante, tanto più quanto più esplorato e reso nei suoi tratti più minuziosi e mimetici, che si rivelano portatori definitivi di illusione e di vuoto.

L'intera, lunga fase "abruzzese" dell'artista, con risultati di grande suggestione paesaggistica e ritrattistica, nei quali è essenziale la funzione attivante della luce che sembra lavorare in una dimensione impalpabile della coscienza, ha contribuito per vie traverse, per aggiramenti non calcolati, per distanze coatte, a incrementare nello spessore del desiderio e della memoria di Verrusio il suo nativo rapporto con Roma, con la sua odierna presenza caotica, col suo fascino millenario, in una dialettica segreta, tutta esercitata sul filo di un linguaggio che coniuga intensamente sensualità  della materia pittorica e impassibilità dello sguardo, e dove protagonista è la luce, in una serie di modulazioni e di effetti che , anche quando violentemente accecanti, non danno mai conto di una vicenda conclusa ma aprono situazioni interrogative, si dilatano in una semiotica dolentemente contemporanea di mistero e di enigma. Così, in questa bellissima mostra che, per così dire, potremmo chiamare di false "antichità romane", e il  cui titolo ("Effimero perenne") esprime la duplicità delle intenzioni dell'artista rispetto al tema (abbandono alla magia dei monumenti, dei ruderi, delle colonne delle statue; e d'altro canto senso acuto e stringente della distruttività del tempo), non c'è nulla di celebrativo, non un' ombra di enfasi o di connivenza retorica; ma piuttosto un'atmosfera di assenza , di vacua attesa, di sospensione in cui la maestà austera di ciò che furono trionfali manufatti di un'età remota si disfa  in una sorta di sogno astratto vagamente funereo, immerso in una luce bianca o arancio, di grande mattino capitolino o di tramonto purpureo, di crepuscolo carico di bagliori sanguigni o di tenebra notturna.

Una popolazione di simulacri (vestali, satiri, busti lacontei) sembra sul punto di uscire dal proprio silenzio millenario in virtù di un calore volumetrico-cromatico assolutamente straordinario, in cui "l'animus metafisico" di Verrusio brucia qualsiasi tentazione archeologica e contemplativa nel momento stesso in cui azzera certe sue propensioni intimistiche , per dotare di un dinamismo misterioso la stessa implacabile immobilità delle sculture. E tutto ciò avviena con naturalezza: una naturalezza al riuso acutamente moderno delle antiche forme, la cui sostanza (non solo estetica) ci appartiene intera, e che percepiamo per virtù di pittura come fatte dalla stessa disperata insicurezza di noi superstiti del XX secolo.

Il vento di morbida follia visionaria  che sfiora queste immagini sembra farle lievitare in una fusione mobile e vibrante di rotonde tonalità, di lontananza e di quasi irridente presenza. Anche in quelle più spettrali brucia un fuoco interno che è quello del fervore coloristico  (sempre magistrale)  e delle scansioni spaziali, molto avvolgenti, insinuanti, invitanti. Lo spettatore ne resta preso come in un esorcismo la cui matrice pagana  si lega indissolubilmente al respiro della Roma barocca e controriformistica: e niente è descritto, tutto è alluso, rammemorato per frammenti affondati in un delirio insieme pacato e terribilmente inquieto, ironicamente inquitante.

In questo scenario è solo il sogno di un luogo indecifrabile che sio chiama Roma, il cui passato non è che la rilettura arbitraria che oggi se ne può oscuramente tentare interrogandone col geiger sensibilissimo della pittura le pietre, i residui, i segni materiali che sono ormai parte del nostro paesaggio fisico e del nostro paesaggio mentale, e che un artista del valore e dell'intelligenza di Verrusio ripropone come senso allegorico della nostra attuale, inguaribile insensatezza.

MARIO LUNETTA
(Accademia Platonica 1995)

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